Ho finito!!
Grazie, grazie grazie a Susanna e Tesslu, spero che la fine non le deluderà. A loro il racconto è dedicato Susanna è anche colei che ha dato anima al personaggio e alla storia. per la miseria, peccato che non l'abbiamo ambientato nella nebbia di Venezia!!!
Solita notazione per lo sventurato che si trova a leggere questo post....è l'ultima parte di un racconto a puntate. Le precedenti le trovate nel tag omonimo....ordinate al rovescio......sì non sono il massimo dell'ordine!!!
A domani
"Un giorno a Parigi...."/4
La pioggia era leggera, ora, e silenziosa. La strada, prima così piena di traffico e di rumori era diventata più tranquilla. Le macchine scivolavano via lente, il marciapiede era deserto e nell’aria si sentiva quell’”odore che ha Parigi quando piove, così intenso e indefinito insieme”. Lo aveva descritto lei così, in uno dei suoi articoli, perché nell’odore della pioggia parigina non era mai riuscita a notare niente di speciale. Adesso, però, l’aria umida della strada le arrivò fin dentro le ossa, e sentì il profumo degli alberi del Bois de Boulogne e la polvere delle strade di Montmartre, e le pietre, l’odore delle pietre delle case, dei palazzi delle cattedrali di Parigi.
“Dovremo accontentarci del mio ombrello, ma vedrà camminare le farà bene”.
Anja non riuscì a rispondere nulla. Le immagini, i suoni, profumi, tutto le arrivava con una intensità mai provata prima, ma le forze, quelle l’avevano abbandonata e lasciava che fosse l’uomo a guidarla, neppure sapeva verso dove.
“Parigi è così bella che lei non riesce a notare altro, signorina?”. Anja si scosse.
“Lei sembra voler portar via il ricordo di ogni immagine e ogni profumo che incontriamo. E’ così bella Parigi per una straniera?”. “Io sono francese. Vivo a Parigi da anni.”, disse. Il tono era duro, seccato, perché ad Anja quel marchio di straniera era sempre pesato, più di una condanna.
“Mi scusi. Una donna bella, come lei, in un negozio come quello, di solito è straniera.”
“Non sono una turista alla ricerca della Vecchia Parigi. Sono una giornalista. E scrivo articoli per turisti in visita qui, mercatini, caffè, l’Operà, i giardini.”
“Capisco. Cerca ispirazione”.
“No. Non ne ho bisogno.
L’uomo distolse lo sguardo.
“Non ama questa città, vero?”. Anja non disse niente, ma pensò che sì, non l’amava. Non amava nessuno lei, uomini, luoghi, cose. Non amava suo padre che l’aveva abbandonata e aveva costretto sua madre, straniera, sola, ad andar via. Fuggire in Inghilterra, da parenti. Lì era trascorsa la sua infanzia e la sua giovinezza. Indiana tra gli inglesi, francese tra gli indiani, straniera sempre. Perché era tornata a Parigi? Per odio, per vendetta, per rabbia. Non lo sapeva nemmeno lei. Forse, pensava, così avrebbe smesso di fuggire, perché era questo che aveva sempre fatto nella vita. Lei fuggiva. Da ogni cosa, come colpevole di una colpa sconosciuta che l’aveva resa “estranea”, straniera ad ogni luogo, sconosciuta per chiunque. Amicizie, case, città, lavori, uomini. Lei fuggiva. Sempre.
E la paura, la solitudine, il dolore che sembravano sepolti da qualche parte nella sua anima tornarono a farle male, di nuovo, dopo tanto tempo. Non era più colpevole adesso, non più. Adesso aveva conquistato il suo posto nel mondo, aveva un lavoro, una casa, denaro. Nessuno l’avrebbe detta fuori posto a una festa alla moda, o in un locale elegante, nessuno. Nessuno avrebbe potuto più farla sentire di troppo. Ormai erano anni che non aveva più paura, di niente. Questo fino a qualche minuto prima, fino a quando quella lettera e quell’uomo non erano entrati nella sua vita.
“A lei è mai capitato di desiderare qualcosa che non può avere?”, disse l’uomo all’improvviso.
Le parole furono pronunciate in modo distratto, ma il tono era serio. Lo sguardo di quell’uomo era tornato a fissarla con un’intensità che non aveva mai incontrato prima.
“La lettera. Mi ha visto prenderla. Mi ha visto!”, e il terrore tornò a paralizzarla.
“No. E’ inutile coltivare desideri irrealizzabili”, disse con fermezza. Se voleva spaventarla con quella frase l’unica cosa da fare era far finta di nulla.
“Forse è vero. Vorrebbe entrare e bere un caffè con me?”. Erano davanti un piccolo caffè. Dalla vetrina si intravedevano i tavoli piccoli e rotondi all’interno, gli specchi alle pareti, le pareti gialle antiche, dei fiori su una mensola, e un profumo di brioshe.
Lo sconosciuto le aveva lasciato andare il braccio, aveva smesso di piovere e Anja era lì, ferma sul marciapiede bagnato a guardarsi intorno come spaesata. Avrebbe semplicemente dovuto inventare una banale scusa, era una specialista in questo, e sarebbe fuggita, di nuovo, alla sua libertà, alla sua vita, alla sua vita vera, che doveva essere altrove, da qualche altra parte,ma non lì, non ora.
E la lettera? Si sarebbe anche portata via una lettera non sua? Rubando chissà cosa ai veri proprietari. Denaro, felicità, o solo parole d’addio, o chissà che altro. Poi si vide. Vide se stessa nella vetrina del piccolo caffè. L’impermiabile fradicio, i capelli uno straccio, e il suo viso, il suo viso spento. Mai si era vista così. La pioggia aveva spezzato l’incantesimo, l’Anja perfetta che aveva costruito in tanti anni era sparita, era rimasta lei sola. No. Non sarebbe scappata. Non questa volta. Non sarebbe fuggita davanti la paura, né davanti le sue colpe.
“Proprio non le piaccio, vero?”, disse l’uomo vedendo che lei non rispondeva.
“No. E’ per questo”. Anja aprì lentamente la sua borsa e tirò fuori una busta bianca, un po’ sgualcita, ma per il resto in ottime condizioni.
“Io penso sia sua. E’ caduta da un libro, io l’ho afferrata meccanicamente, poi lei è entrato, mi ha guardata, mi ha guardata come se stessi commettendo il più tremendo dei delitti. Ho avuto paura e l’ho nascosta in borsa. Non so nemmeno perché. Mi scusi, sono stata una stupida, non so che mi sia preso. Se è sua ecco, gliela restituisco. Non l'ho aperta, nè volevo farlo. Non sono una deliquente, anche se lei può pensarlo. Non lo sono, nè prendo quello che non mi spetta. Non l'ho mai fatto nella vita, nè comincerò ora".
L’uomo la guardò sbalordito. Prese la busta e disse solo.
“Penso dovremmo riportarla al signor Dupont”.
“Il signor Dupont?”
“Il proprietario del negozio”, rispose lui.
Camminarono in silenzio accanto.Eppure Anja si sentiva felice. Forse era Parigi, forse era la pioggia, quella vecchia strada, gli odori che sentiva, il suono dei suoi passi sulle pietre bagnate o i lampioni che si vedevano accendersi in fondo alla strada, forse era la tanto famosa magia della citta più romantica del mondo, quella che lei descriveva ogni settimana nei suoi articoli. Forse era perché per la prima volta si sentiva viva.
“Signor Dupont, ho trovato questa lettera in un suo libro, e che, stupido, me la sono portata via. Che ne dice, è sua?”.
“Lettera in un mio libro?? Ma come è possibile??”, prese la busta, la aprì.
“Oh mio Dio, sì! Che fortuna signor Moreu che se ne sia accorto! E’ per la caccia al tesoro di domani! Sarebbe stato un disastro se non l’avesse riportata! Vado a rimetterla a posto”.
Le lettere erano indizi di una sfida tra due classi della scuola della zona. Ogni indizio portava a un libro, in cui ci sarebbe stato una lettera che era la traccia per trovare il libro successivo.
“E qual è l’indizio in questa busta?” chiese Anja.
“Forse il futuro mi riservava ancora
quel ritorno della felicità, la cui speranza è perduta?
Forse tra la folla, un’anima che non conosco
Avrebbe compreso la mia anima e mi avrebbe risposto?”
Lesse ad alta voce il signor Dupont.
“Che significa, che vuol dire?” disse Anja.
“E’ L’autunno, di Lamartine. Abbastanza facile come indizio. Il libro da trovare sono le Meditazioni poetiche, la raccolta che contiene questa poesia”
Anja era senza parole….un’anima che non conosco….avrebbe compreso la mia anima.
“Che ne dice, adesso ha voglia di bere un caffè?” disse l’uomo divertito.
E al tavolo del piccolo caffè Anja parlò come mai aveva fatto, di corsa, arruffata, buffa, divertita. Si fermò solo quando il signor Moreau, anzi Antoin fece per prenderle delicatamente la mano, lei si tirò indietro, un attimo, poi disse.
“Aspetta, dimmi una cosa, dimmi la verità. Quando sei entrato, mi hai guardato, mi hai guardato con uno sguardo tremendo, che non potrò mai dimenticare. Dimmi la verità, pensavi fossi una ladra e stessi rubando quella lettera, vero?”.
“Anja, mia cara, tu credi che esista un uomo sulla terra che davanti a una donna come te che si piega a raccogliere qualcosa…..guardi cosa stia raccogliendo?”
Anja capì, sorrise e non disse nient’altro.
[Note: i libri citati esistono sul serio, così come la poesia. La strada di Parigi esiste, anche se non ho la più pallida idea di come sia fatta. Tutto il resto è inventato].







