domenica, 04 febbraio 2007

Ho finito!!

Grazie, grazie grazie a Susanna e Tesslu, spero che la fine non le deluderà. A loro il racconto è dedicato  Susanna è anche colei che ha dato anima al personaggio e alla storia. per la miseria, peccato che non l'abbiamo ambientato nella nebbia di Venezia!!!

Solita notazione per lo sventurato che si trova a leggere questo post....è l'ultima parte di un racconto a puntate. Le precedenti le trovate nel tag omonimo....ordinate al rovescio......sì non sono il massimo dell'ordine!!!

A domani

"Un giorno a Parigi...."/4

La pioggia era leggera, ora, e silenziosa. La strada, prima così piena di traffico e di rumori era diventata più tranquilla. Le macchine scivolavano via lente, il marciapiede era deserto e nell’aria si sentiva quell’”odore che ha Parigi quando piove, così intenso e indefinito insieme”. Lo aveva descritto lei così, in uno dei suoi articoli, perché nell’odore della pioggia parigina non era mai riuscita a notare niente di speciale. Adesso, però, l’aria umida della strada le arrivò fin dentro le ossa, e sentì il profumo degli alberi del Bois de Boulogne e la polvere delle strade di Montmartre, e le pietre, l’odore delle pietre delle case, dei palazzi delle cattedrali di Parigi.

“Dovremo accontentarci del mio ombrello, ma vedrà camminare le farà bene”.

Anja non riuscì a rispondere nulla. Le immagini, i suoni, profumi, tutto le arrivava con una intensità mai provata prima, ma le forze, quelle l’avevano abbandonata e lasciava che fosse l’uomo a guidarla, neppure sapeva verso dove.

“Parigi è così bella che lei non  riesce a notare altro, signorina?”. Anja si scosse.

“Lei sembra voler portar via il ricordo di ogni immagine e ogni profumo che incontriamo. E’ così bella Parigi per una straniera?”. “Io sono francese. Vivo a Parigi da anni.”, disse. Il tono era duro, seccato, perché ad Anja quel marchio di straniera era sempre pesato, più di una condanna.

“Mi scusi. Una donna bella, come lei, in un negozio come quello, di solito è straniera.”

“Non sono una turista alla ricerca della Vecchia Parigi. Sono una giornalista. E scrivo articoli per turisti in visita qui, mercatini, caffè, l’Operà, i giardini.”

“Capisco. Cerca ispirazione”.

“No. Non ne ho bisogno. La Parigi che descrivo è inventata, non reale. Ai turisti la realtà non interessa. Cercano solo una conferma ai loro desideri. Io gliela do, semplicemente.”

L’uomo distolse lo sguardo.

“Non ama questa città, vero?”. Anja non disse niente, ma pensò che sì, non l’amava. Non amava nessuno lei, uomini, luoghi, cose. Non amava suo padre che l’aveva abbandonata e aveva costretto sua madre, straniera, sola, ad andar via. Fuggire in Inghilterra, da parenti. Lì era trascorsa la sua infanzia e la sua giovinezza. Indiana tra gli inglesi, francese tra gli indiani, straniera sempre. Perché era tornata a Parigi? Per odio, per vendetta, per rabbia. Non lo sapeva nemmeno lei. Forse, pensava, così avrebbe smesso di fuggire, perché era questo che aveva sempre fatto nella vita. Lei fuggiva. Da ogni cosa, come colpevole di una colpa sconosciuta che l’aveva resa “estranea”, straniera ad ogni luogo, sconosciuta per chiunque. Amicizie, case, città, lavori, uomini. Lei fuggiva. Sempre.

E la paura, la solitudine, il dolore che sembravano sepolti da qualche parte nella sua anima tornarono a farle male, di nuovo, dopo tanto tempo. Non era più colpevole adesso, non più. Adesso aveva conquistato il suo posto nel mondo, aveva un lavoro, una casa, denaro. Nessuno l’avrebbe detta fuori posto a una festa alla moda, o in un locale elegante, nessuno. Nessuno avrebbe potuto più  farla sentire di troppo. Ormai erano anni che non aveva più paura, di niente. Questo fino a qualche minuto prima, fino a quando quella lettera e quell’uomo non erano entrati nella sua vita.

“A lei è mai capitato di desiderare qualcosa che non può avere?”, disse l’uomo all’improvviso.

Le parole furono pronunciate in modo distratto, ma il tono era serio. Lo sguardo di quell’uomo era tornato a fissarla con un’intensità che non aveva mai incontrato prima.

“La lettera. Mi ha visto prenderla. Mi ha visto!”, e il terrore tornò a paralizzarla.

“No. E’ inutile coltivare desideri irrealizzabili”, disse con fermezza. Se voleva spaventarla con quella frase l’unica cosa da fare era far finta di nulla.

“Forse è vero. Vorrebbe entrare e bere un caffè con me?”. Erano davanti un piccolo caffè. Dalla vetrina si intravedevano i tavoli piccoli e rotondi all’interno, gli specchi alle pareti, le pareti gialle antiche, dei fiori su una mensola, e un profumo di brioshe.

Lo sconosciuto le aveva lasciato andare il braccio, aveva smesso di piovere e Anja era lì, ferma sul marciapiede bagnato a guardarsi intorno come spaesata. Avrebbe semplicemente dovuto inventare una banale scusa, era una specialista in questo, e sarebbe fuggita, di nuovo, alla sua libertà, alla sua vita, alla sua vita vera, che doveva essere altrove,  da qualche altra parte,ma non lì, non ora.

E la lettera? Si sarebbe anche portata via una lettera non sua? Rubando chissà cosa ai veri proprietari. Denaro, felicità, o solo parole d’addio, o chissà che altro. Poi si vide. Vide se stessa nella vetrina del piccolo caffè. L’impermiabile fradicio, i capelli uno straccio, e il suo viso, il suo viso spento. Mai si era vista così. La pioggia aveva spezzato l’incantesimo, l’Anja perfetta che aveva costruito in tanti anni era sparita, era rimasta lei sola. No. Non sarebbe scappata. Non questa volta. Non sarebbe fuggita davanti la paura, né davanti le sue colpe.

“Proprio non le piaccio, vero?”, disse l’uomo vedendo che lei non rispondeva.

“No. E’ per questo”. Anja aprì lentamente la sua borsa e tirò fuori una busta bianca, un po’ sgualcita, ma per il resto in ottime condizioni.

“Io penso sia sua. E’ caduta da un libro, io l’ho afferrata meccanicamente, poi lei è entrato, mi ha guardata, mi ha guardata come se stessi commettendo il più tremendo dei delitti. Ho avuto paura e l’ho nascosta in borsa. Non so nemmeno perché. Mi scusi, sono stata una stupida, non so che mi sia preso. Se è sua ecco, gliela restituisco. Non l'ho aperta, nè volevo farlo. Non sono una deliquente, anche se lei può pensarlo. Non lo sono, nè prendo quello che non mi spetta. Non l'ho mai fatto nella vita, nè comincerò ora".

L’uomo la guardò sbalordito. Prese la busta e disse solo.

“Penso dovremmo riportarla al signor Dupont”.

“Il signor Dupont?”

“Il proprietario del negozio”, rispose lui.

Camminarono in silenzio accanto.Eppure Anja si sentiva felice. Forse era Parigi, forse era la pioggia, quella vecchia strada, gli odori che sentiva, il suono dei suoi passi sulle pietre bagnate o i lampioni che si vedevano accendersi in fondo alla strada, forse era la tanto famosa magia della citta più romantica del mondo, quella  che lei descriveva ogni settimana nei suoi articoli. Forse era perché per la prima volta si sentiva viva.

“Signor Dupont, ho trovato questa lettera in un suo libro, e che, stupido, me la sono portata via. Che ne dice, è sua?”.

“Lettera in un mio libro?? Ma come è possibile??”, prese la busta, la aprì.

“Oh mio Dio, sì! Che fortuna signor Moreu che se ne sia accorto! E’ per la caccia al tesoro di domani! Sarebbe stato un disastro se non l’avesse riportata! Vado a rimetterla a posto”.

Le lettere erano indizi di una sfida tra due classi della scuola della zona. Ogni indizio portava a un libro, in cui ci sarebbe stato una lettera che era la traccia per trovare il libro successivo.

“E qual è l’indizio in questa busta?” chiese Anja.

 

“Forse il futuro mi riservava ancora

quel ritorno della felicità, la cui speranza è perduta?

Forse tra la folla, un’anima che non conosco

Avrebbe compreso la mia anima e mi avrebbe risposto?”

 

Lesse ad alta voce il signor Dupont.

“Che significa, che vuol dire?” disse Anja.

“E’ L’autunno, di Lamartine. Abbastanza facile come indizio. Il libro da trovare sono le Meditazioni poetiche, la raccolta che contiene questa poesia”

Anja era senza parole….un’anima che non conosco….avrebbe compreso la mia anima.

“Che ne dice, adesso ha voglia di bere un caffè?” disse l’uomo divertito.

 

E al tavolo del piccolo caffè Anja parlò come mai aveva fatto, di corsa, arruffata, buffa, divertita. Si fermò solo quando il signor Moreau, anzi Antoin fece per prenderle delicatamente la mano, lei si tirò indietro, un attimo, poi disse.

“Aspetta, dimmi una cosa, dimmi la verità. Quando sei entrato, mi hai guardato, mi hai guardato con uno sguardo tremendo, che non potrò mai dimenticare. Dimmi la verità, pensavi fossi una ladra e stessi rubando quella lettera, vero?”.

“Anja, mia cara, tu credi che esista un uomo sulla terra che davanti a una donna come te che si piega a raccogliere qualcosa…..guardi cosa stia raccogliendo?”

Anja capì, sorrise e non disse nient’altro.

[Fine]

 

[Note: i libri citati esistono sul serio, così come la poesia. La strada di Parigi esiste, anche se non ho la più pallida idea di come sia fatta. Tutto il resto è inventato].

 

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categoria:un giorno a parigi
lunedì, 29 gennaio 2007

Avrei dovuto postarlo ieri, ma non ho fatto in tempo. Adesso mi resta solo l'ultima parte! Se riesco a concludere e scrivere l'ultima parte.... sarebbe la prima cosa che finisco da parecchi mesi, ma no, da parecchi anni.Un record

Ah....se per caso qualcuno è capitato su stò post per caso e non capisce una mazza di quello che sto dicendo......e si sta chiedendo se io sia pazza o meno. Sì, in realtà sono abbastanza pazza, ma in questo caso un senso c'è.....è una specie di "romanzo a puntate, questa è la terza "puntata" , le altre due le trovate nell'omonimo tags! Per tutti gli altri.....tranquilli, la quarta parte è l'ultima!!

 

"Un giorno a Parigi...."/3

“Buongiorno signor Moreau!”.

L’uomo si voltò e Anja ebbe il tempo di rialzarsi, sistemare la borsa e tornare a guardare intensamente qualsiasi cosa si trovasse lontana dalla figura dello sconosciuto appena entrato.

Cercò di interessarsi ai libri poggiati davanti a lei, ma si sentiva goffa, e stupida a tenere tra le mani libri che non riusciva nemmeno a leggere. I caratteri erano piccoli e la loro forma diversa da quella moderna, la pagina scura e la carta spesso quasi sul punto di sfaldarsi tra le mani.

Un libro avrebbe dovuto attrarre l’attenzione, “invogliare il cliente” all’acquisto, lo sapeva bene lei che era giornalista. Questi invece la respingevano, come gelosi di loro stessi, dei loro segreti. Già. E pensò alle parole del vecchio proprietario. I segreti. Chissà che segreti intendeva?  Della vita, forse. Sorrise. Aveva smesso di cercarli da un pezzo segreti di quel tipo. La vita è misteriosa solo per gli animi romantici. E’ misteriosa forse per chi la immagina a occhi chiusi seduto vicino a un tramonto, non per chi la vive ogni giorno. Il massimo del mistero sarà l’importo delle bollette e il colore di moda la prossima stagione, se costruiranno un nuove centro commerciale, se effettivamente ci sarà un aumento medio delle temperature sul lungo periodo, e aumenterà il biglietto del bateau-mouche l’anno prossimo? Assurdo, che pensieri le erano venuti in testa??? Neanche fosse a una di quelle noiose riunione della redazione che tentava sempre di evitare, se poteva.

Era il posto, quella libreria, la faceva sentire strana. Forse era il buio, la polvere, l’odore di muffa, l’aria che sembrava così poca. Perché mai aveva descritto le librerie antiquarie come “luoghi deliziosi” e “impedibili” per chiunque visitasse Parigi?

Del resto non pensava mai quello che scriveva. Chi veniva a Parigi aveva già idee ben precise su cosa fare, dove andare, cosa vedere. Distruggere i luoghi comuni non serve certo ad attirare turisti, al massimo li allontana. E non era certo questo lo scopo del suo giornale, né il suo quello di perdere il lavoro.

Eppure si sentiva strana. Avrebbe voluto trovarsi in un luogo diverso, un negozio di vestiti, un caffè, una libreria anche, ma una di quelle in cui ci fossero libri…libri di cui riconosci l’autore con uno sguardo, e che puoi portare a casa soddisfatta, pensando alla serata che ti faranno trascorrere. Avrebbe voluto essere in un luogo familiare, uno di quelli in cui le sarebbe risultato facile “far finta di far qualcosa” con disinvoltura, dove sarebbe stato più semplice nascondere l’agitazione che cresceva dentro di lei. Invece, lì, si sentiva a disagio. Perchè? All’improvviso capì. Aveva paura. Lei aveva paura. 

La lettera!  E il mondo in cui quell’uomo l’aveva guardata. Ecco cos’era!! La lettera. Perché l’aveva messa in borsa? Era stato un gesto automatico. Innocente. Non stava rubando nulla. Certo non era sua, ma lei l’aveva solo raccolta. Sì, ma l’aveva nascosta nella borsa. E sicuro lui l’aveva vista farlo. Sennò perché quello sguardo, quello sguardo che sembrava inchiodarla?

Ora sapeva da dove veniva la paura. Come da bambina, aveva paura di essere scoperta. Ora però non era più bambina e non aveva fatto nulla. Nulla? Ne era sicura? Che c’era scritto in quella lettera? L’aveva vista per un attimo non sembrava antica, affatto. Che ci faceva in un libro di duecento anni fa?  Perché quell’uomo la guardava così? Forse era sua? Era un messaggio? Forse qualcuno l’aveva nascosto lì per lui? Una donna? Un’amante? Un complice?

Si sentì girare la testa.

“Signorina, sta bene?”.  Sentì una voce profonda, il tono era gentile, ma se fosse stato solo un po’ più brusco, quella voce le avrebbe fatto paura. Si voltò. ERA LUI!

Un uomo alto, sulla trentina, un’aria seria sul viso squadrato, le era vicino. Non era particolarmente muscoloso o robusto, al contrario, il suo fisico sembrava più agile che potente. Era vestito in maniera sobria, con un completo in lana di un marrone scuro, abbastanza elegante. Aveva capelli un po’ lunghi, ma forse erano l’unica nota stravagante in un uomo che per il resto ispirava più rispetto che simpatia. Se fosse stato un giudice avrebbe avuto l’aspetto perfetto per la sua professione.

“Sta bene?”. “Sì, sì” disse Anja confusa.

“Ha un volto molto pallido, le farebbe bene prendere una boccata d’aria, qui si soffoca. Venga l’accompagno”.

Senza che avesse nemmeno il tempo di rendersi conto di cosa stesse succedendo, Anja si trovò in strada, sottobraccio a uno sconosciuto. L’uomo la stringeva così forte che sembrava non volesse lasciarla andare mai più.

[continua]

postato da: mariacristina14 alle ore 14:33 | Permalink | commenti (6)
categoria:un giorno a parigi
domenica, 21 gennaio 2007

Ieri ho scritto la continuazione della storia. Ho bisogno però almeno di altre due parti per finirla, speriamo bene!

A domani

Ps. ho cambiato un pò la versione di ieri, ma poche battute aggiunte alla fine

Pss: ma perchè cavolo mi escono due colori diversi?? ha proprio un brutto aspetto, vabbè.

"Un giorno a Parigi..."/2

Anja attraversò la strada di corsa, schivando le macchine che correvano lungo Rue de Vaugivard, e senza avere altro desiderio che trovare finalmente un riparo. In realtà, ormai era tutta bagnata. Il suo impermiabile aveva rinunciato a opporsi alla pioggia molti isolati prima, e i suoi capelli, i suoi capelli, Anja avrebbe pagato qualsiasi cifra perché nessuno potesse vederli in quello stato. Arrivata davanti la piccola libreria, a un passo dalla porta, si fermò per un istante, però. L’immagine opaca di lei riflessa nel vetro aveva attratto la sua attenzione. Un occhio imparziale l’avrebbe descritta bella, alta, flessuosa, con degli intensi occhi neri, e la carnagione olivastra, la si sarebbe detta straniera. Eppure lei era francese. Sua madre era indiana, suo padre francese, ma la cittadinanza e un neo sulla guancia erano le uniche cose che le avesse mai dato. La sua espressione triste, quella che pensava aver abbandonato da tempo, fu quella a fermare il suo sguardo. Non pensava sarebbe tornata a farle visita, non ora. Ma forse era la pioggia. Forse.

“Buongiorno signorina”. Da dietro un pesante bancone in mogano le arrivò il suono di una voce profonda, molto formale, impostata, quasi da cerimonia. Le fece impressione, si sentì come se fosse entrata in una chiesa al momento di una messa solenne. Si voltò, e, alla sua sinistra, vide un uomo anziano, gli occhi piccoli e il viso rotondo. Era basso di statura, la sua espressione cordiale ma, incuteva lo stesso rispetto, reverenza quasi. Anja si chiese dove mai fosse capitata, quel posto non sembrava un negozio come tutti gli altri. Era diverso.

L’ambiente non era molto grande, ma, lungo tutte le pareti vi erano scaffali e scaffali di libri che raggiungevano il soffitto. Al centro mobili bassi, su due file, e libri dovunque, su ogni ripiano possibile. E i libri, anche quelli erano diversi, rovinate le copertine, gialle le pagine. No, non sembrava un negozio, quanto piuttosto una vecchia soffitta abbandonata da anni, in cui vengono dimenticare le cose che non servono più a nessuno.

“Posso aiutarla, signorina? Cerca un’edizione particolare?”. “Un’edizione?”, ripetè Anja senza capire. L’anziano proprietario le sorrise gentile: “Lei ha ragione, oggi la pioggia è veramente insopportabile!”. Risero tutti e due. “Mi perdoni, è solo che capita raramente di avere clienti come lei. Oggi i libri antichi hanno perso il loro fascino”. LIBRI ANTICHI! Ecco, cos’era!! Una di quelle librerie antiquarie di cui aveva parlato chissà quante volte nei brevi pezzi“per turisti”, che scriveva settimanalmente per il giornale dove lavorava.

“E i libri sono consumati in fretta. La polvere è diventata di peso, così come la pazienza”. 

“E’ triste rimanere legati al passato”, disse Anja distogliendo lo sguardo.

"Il passato....lei mi ha fatto venire in mente una cosa". Si alzò e si diresse verso uno degli scaffali.

Prese in mano uno dei volumi, la copertina in pelle, verde, il piatto decorato con fregi d’oro. “Diane, histoire d’un amour, sono poesie, sa? E’ un libro abbastanza raro. L’autore, un anonimo, ne ha fatto stampare alcune copie, da destinare agli amici dopo la sua morte. Voleva lo ricordassero così. Sono poesie dedicate a una donna che ha amato, infelicemente, per 20 anni. Commovente, non crede?”. “Deprimente direi”.

L'altro abbozzò divertito. "Già. A volte ricordare il passato può essere inutile", disse richudendo il libro. Si guardò intorno, pensieroso. "Però non riesco a stancarmi di questo posto. Non potrei mai scambiarlo con quei fast food usa e getta dove la vita non lascia traccia. Qui invece ogni volume è la memoria di un tempo scomparso, che morirebbe se più nessuno volesse interrogarlo.

Ogni libro antico ha una lunga storia da raccontare, e molti segreti da rivelare. Ogni cosa, la legatura, il formato, le incisioni erano frutto di un lavoro paziente. Un libro un tempo era un oggetto prezioso, da custodire e da amare. Si avvicini, venga. Ne prenda uno in mano, vedrà lei stessa.” Anja prese un piccolo volume, Les lettres de messire Roger de Rabutin, comte de Bussy, si leggeva sul frontespizio.

“E' del 1697.  Al tempo doveva essere un uomo importante, che ne è rimasto? Questo vecchio libro consumato”.

In effetti era una strana sensazione tenere in mano un libro così antico. Era diverso, difficile da leggere, le pagine rovinate, ma c’era del mistero, un fascino strano, come essere portati in un tempo e un mondo sconosciuto. Squillò il telefono. Il proprietario,  si allontanò. Anja rimase a curiosare tra i libri. Ne prese in mano qualcuno. Difficile capire autore, interpretare caratteri. Improvvisamente, da uno dei volumi, scivolò una lettera a terra. La prese, così senza pensare. In quel momento, si aprì la porta, e lei, come se fosse stata scoperta, mise in tutta fretta la lettera in borsa. Un uomo, dalla porta, la stava fissando.  

 

postato da: mariacristina14 alle ore 21:02 | Permalink | commenti (2)
categoria:un giorno a parigi
mercoledì, 17 gennaio 2007

libri

Mi piacerebbe come inizio di un romanzo..."Un giorno a Parigi...". Parigi, non so perchè, mi pare perfetta per ambientarci un romanzo. E non l'ho mai vista......forse è per quello, i posti immaginati hanno sempre il.... fascino dell'"immaginazione".

"Un giorno, a Parigi, pioveva [piove sempre a parigi, nei film e nei romanzi, nella realtà non so.]. Il traffico delle strade era più rumoroso del solito, il cielo più grigio e Anja [ma che nome cretino, chissà a quale lingua appartiene, mah?] era stanca di camminare, stanca e bagnata, troppo. E non sarebbe mai entrata in un negozietto simile, così vecchio, così stantio....odorava muffa da lontano, ma come poteva entrare in un "vero" negozio, o in un cafè, così...conciata così. Quello era davvero il posto ideale in cui nascondersi fino a che la pioggia finisse, o per lo meno fin quando da lì non fosse passato un tassì libero[in realtà i tassì sono sempre occupati in tutti i film e romanzi ambientati a New York, non a Parigi, ma qui ci prendiamo una "licenza poetica" diciamo così].  E si diresse verso quell'angolino azzurro con la scritta "Livres" sull'insegna.......".

E' una settimana un pò così.....non è che è possibile chiamarsi Anja e andarsi a ficcare dentro un ottocentesco negozio di libri a Parigi? No, eh?? Peccato......sarebbe stata una vita più entusismante...chissà magari dentro il negozio incontravo qualche vecchio saggio che mi leggeva la mano e mi indicava il tassì libero più vicino!!

A domani

Ps. mi è venuta un'idea...se qualcuno vuole propormi come può continuare la storia, io scriverò una continuazione del racconto. Chi e cosa  incontra Anja dentro il negozio?? datemi una traccia....io la seguirò....mi sento molto Karen Blixen in "La mia Africa"!!!! ma non ho nulla da fare, e ho sempre pensato d'aver un'immaginazione così malata da riuscire a inventare qualsiasi cosa....allora gente proponete, potete far trovare ad Anja un mostro orrendo, un maniaco, il suo antico amore, lo zio centenario che non vedeva da una vita, una strega che le fa un incantesimo o solo una fastidiosa allergia alla polvere....avanti, si accettano scommesse che capiterà alla nostra eroina???? se nessuno risponde...beh allora era troppo antipatica per sopportarla oltre e questo è il suo primo e ultimo post....a voi la scelta.

postato da: mariacristina14 alle ore 21:26 | Permalink | commenti (7)
categoria:un giorno a parigi