Posterò un brano lungo e me ne scuso, però sono parole "alte" e con un valore molto grande per me. Parole che mi hanno dato forza e speranza in tanti momenti e sono sempre capaci di farmi sentire "degna" di me stessa e di quello che sono. E non è facile. Davvero non lo è.
L'autore è Victor Frankl, neurologo e psichiatra austriaco che tra il 1942 e il 1945 fu prigioniero in vari campi di concentramento, tra cui Auschwitz e Dacau. Sopravvissuto divenne psichiatra di fama mondiale, con un suo indirizzo originale e autonomo, e la sua esperienza di prigioniero segnò profondamente la sua visione della psIchiatria e dell'uomo.
Il libro "Uno psicologo nei lager" è autobiografico e descrive la sua esperienza nei campi di concentramento, dal punto di vista delle sue conoscenze psicologiche e pschiatriche ma anche dei suI valori etici. Questo è un discorso che egli si trovò realmente a pronunciare durante la sua prigionia.
MALUMORE E DISCORSO
Era stato un giorno durissimo: poco prima, durante l’appello, ci fu detto quali atti sarebbero stati d’ora innanzi giudicati « sabotaggio » e puniti pertanto con l’impiccagione immediata. Di questi delitti facevano parte, per esempio: tagliare striscie sottili di vecchie coperte (lo facevamo spesso per fasciarci i piedi) e i « furti » più insignificanti. Qualche giorno prima, infatti, un internato mezzo morto di fame, era penetrato nel bunker delle patate per rubarne qualche chilo. L’infrazione fu scoperta dalle SS, ed alcuni prigionieri sapevano chi era il « ladro ». Anche la direzione del Lager venne a conoscenza della cosa, e chiese che il delinquente fosse consegnato, minacciando, in caso contrario, un giorno di digiuno per tutto il Lager. Era ben comprensibile che 2500 compagni preferissero il digiuno, per impedire che uno di loro finisse sulla forca. Alla sera di questo giorno di digiuno, giacevamo tutti nella nostra capanna di terra, in uno stato d’animo particolarmente cattivo. Si parlava poco e quando lo si faceva, ogni parola era irritata. Avvenne poi un’altra cosa: si spense la luce. Il malumore raggiunse il parossismo. Il capoposto, però, un uomo di buon senso, improvvisò un discorsetto su quanto ci preoccupava: parlò dei molti compagni malati e suicidi, morti negli ultimi giorni. Parlò del vero motivo di queste morti, che era sempre il « darsi-per-vinto ». Su questo argomento e sul come salvare le presumibili vittime del mortale lasciarsi-cadere, il capo-posto voleva ora sentire alcune spiegazioni, e si rivolse a me! Dio sa che, non ero proprio nello stato d’animo migliore per dare spiegazioni psicologiche, o per tenere una specie di predica facendo giungere ai miei compagni di baracca conforti psicoterapeutici e cure medico-spirituali. Avevo freddo e fame, mi sentivo debole e nervoso, ma dovetti farmi forza e sfruttare quest’eccezionale possibilità, poiché un incoraggiamento era più che mai necessario.
Dunque cominciai — e cominciai con la più banale consolazione: presi a parlare spiegando come persino la nostra situazione attuale non fosse la più tremenda tra quelle che si potevano immaginare nell’Europa della seconda guerra mondiale e del sesto inverno di guerra; feci dunque assegnamento, a tutta prima, su un effetto di contrasto che pensavo di sfruttare. Dissi poi che ognuno di noi doveva chiedersi che cosa avesse perduto, finora, d’insostituibile. Feci delle riflessioni su questo punto, concludendo che la maggior parte di noi aveva perso ben poco d’essenziale. Almeno, chi era ancora in vita, aveva buoni motivi per sperare. Salute, felicità domestica, rendimento professionale, patrimonio, posizione sociale — erano tutte cose che si potevano sostituire, che si potevano ritrovare o rifare. « Abbiamo ancora le ossa intatte! ». E nonostante tutto quello che ci avevano costretto a subire in quell’ultimo periodo, il futuro, per noi, poteva ancora avere un senso. Citai Nietzsche: « Ciò che non mi uccide, mi rende più forte ».
E poi parlai del futuro. Dissi che il futuro poteva apparire squallido, agli occhi di un osservatore imparziale. Convenni che’ ognuno di noi poteva calcolare approssimativamente quanto poco probabile fosse uscire vivi dal Lager. Benché non vi fosse ancOra l’epidemia di tifo petecchiale, valutavo al 5 per cento la speranza di sopravvivenza, e lo dissi agli altri. Poi dissi anche che io, per quanto mi concerneva, non pensavo neppure di lontano, nonostante tutto, a rinunciare alla speranza, ad abbandonare la lotta: perché nessun ùomo conosce il futuro, nessun uomo sa che cosa può portargli magari l’ora successiva. E se non era lecito attendere per l’indomani eventi militari sensazionali, chi meglio di noi — con la nostra esperienza del Lager — poteva sapere se non sarebbe sopravvenuta all’improvviso una qualche prospettiva, almeno per qualcuno: Un’insospettata inclusione in un piccolo trasporto verso un campo di lavoro a condizioni particolarmente favorevoli, o qualcosa del genere. Cose che sono la grande aspirazione di un internato: la sua « felicità ».
Ma non parlai soltanto del futuro e del buio che fortunatamente lo circondava, e del presente con tutte le sue sofferenze; parlai anche del passatQ, di tutte le sue gioie e della luce ch’esso emanava, pur nell’oscurità dei nostri giorni. Citai di nuovo, per non diventare idillico in prima persona, il poeta che dice:
« Quanto hai vissuto, nessuna potenza del mondo può togliertelo ».
Ciò che abbiamo realizzato nella pienezza della nostra vita passata, nella sua ricchezza d’esperienza, questa ricchezza interiore, nessuno può sottrarcela. Ma non solo ciò che abbiamo vissuto, anche ciò che abbiamo fatto, ciò che di grande abbiamo pensato e ciò che abbiamo sofferto...
Tutto ciò l’abbiamo salvato rendendolo reale, una volta per sempre. E se pure si tratta di un passato, è assicurato per l’eternità! Perché essere passato è ancora un modo di essere, forse, anzi, il più sicuro.
E parlai anche delle molte possibilità di dare un significato alla vita. Raccontai ai miei compagni (che giacevano in silenzio, quasi senza muoversi, tutt’al più lasciandosi sfuggire un sospiro commosso) che la vita umana ha sempre, in tutte le circostanze, un significato, e che quest’infinito senso dell’essere comprende anche sofferenze, morte, miseria e malattie mortali. E pregai i poveri diavoli che mi stavano a sentire nel buio pesto della baracca, di guardare negli occhi le cose e la nostra gravissima situazioùe senza lasciarsi abbattere, nonostante tutto. Li pregai di mantenere il loro coraggio, in piena consapevolezza, perché la nostra lotta senza via di scampo aveva un suo senso e una sua dignità. Dissi loro che in queste ore difficili qualcuno guardava dall’alto, con sguardo d’incoraggiamento, ciascuno di noi, e specialmente coloro che vivevano le loro ultime ore: un amico o ùna donna, un vivo o un morto — oppure Dio. E questo qualcuno s’attendeva di non essere deluso, che sapessimo soffrire e morire non da poveracci, ma con orgoglio!
Infine parlai del nostro sacrificio; esso aveva un senso in ogni caso. Dissi che era proprio del sacrificio avere come presupposto l’apparente inutilità in questo mondo, nel mondo del successo. Si tratti del sacrificio di sé per un’idea politica o del sacrificio di un uomo per un altro. Certo, chi tra noi possiede una fede religiosa, l’ammette senza difficoltà. Dissi anche questo. E raccontai loro di quel compagno che all’inizio del suo internamento nel Lager aveva fatto un patto con il Cielo: il suo dolore e la sua morte dovevano risparmiare una morte tanto terribile alla creatura che egli amava. Per quest’uomo, sofferenza e morte non furono senza senso, avevano anzi assunto — come sacrificio — un profondissimo significato. Egli non voleva soffrire e morire senza senso; nessuno di noi lo voleva.., senza senso! Con le mie parole mi sforzai di imprimere un ultimo significato alla nostra vita attuale — in questa baracca del Lager — e ora — in questa situazione senza via d’uscita.
Seppi presto che questo mio sforzo aveva raggiunto il suo scopo. Quasi subito riprese ad ardere la lampadina elettrica appesa a una trave della nostra baracca, e vidi le misere figure dei miei compagni accostarsi al mio posto, zoppicando, gli occhi pieni di lacrime, per ringraziarmi... Devo però confessare di aver avuto solo raramente la forza interiore per innalzarmi a un ultimo, intimo contatto con i miei compagni di sofferenza, come quella sera. Certo, non ho sfruttato molte occasioni che mi venivano offerte.
Viktor Frankl, Uno psicologo nei lager, Ares, pag. 139
Altri brani dello stesso libro si possono trovare al link
"Uno psicologo nei lager"
A domani